Ethos, etica, diritti. Una prospettiva antropologica
Relatore: Roberto Malighetti
Nel rapporto fra natura e cultura si possono distinguere, con qualche inevitabile semplificazione, quattro modelli:
Relatore: Roberto Malighetti
Nel rapporto fra natura e cultura si possono distinguere, con qualche inevitabile semplificazione, quattro modelli:
Relatore: Graziano de Giorgio
Freud si è preoccupato dell’etica. Essa mirerebbe a imbrigliare le pulsioni verso finalità razionalmente scelte. Tale obiettivo riflette di per sé ottimismo, fiducia nella ragione. Tuttavia alcuni aspetti della concezione freudiana finiscono per gettare ombra e alimentare il pessimismo. Infatti le pulsioni sono cieche, egoistiche, quindi il compito che si prospetta va contro di loro ed è appunto pagato con le nevrosi. Il pessimismo si accentuò in Freud durante l’esperienza della prima guerra mondiale. Si vedano i suoi saggi: “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (1915) e “Perché la guerra?” (1932). Inoltre riferire il compito etico al superamento delle pulsioni suggeriva un orizzonte prevalentemente intrapsichico. Nella psicanalisi e nella psicologia successiva si spostò il centro verso l’aspetto relazionale. Wilfred Bion descrisse la mente come un fatto relazionale e sociale.
Relatore: Paola Scalari
Come si forma il desiderio? Il neonato pretende la soddisfazione immediata della sua pulsione e, quando ciò non avviene, subisce una frustrazione. Questa però può essere positiva, poiché nello spazio fra la pulsione e la sua soddisfazione si crea il desiderio dell’altro, della mamma. Qui si radica il senso del limite e quindi anche il fondamento della relazione. Diverso sarebbe il caso della mortificazione, ossia della negazione del desiderio, che porterebbe al principio di morte e alla distruttività.
Relatore: Gabrio Forti
La combinazione dei tre termini offre un piano “sistemico” di lettura dell’opera kafkiana e forse una chiave per accedere ad almeno uno dei suoi innumerevoli penetrali. È noto che Kafka fece ricorso alle parabole, ma forse si può dire che tutta la sua produzione è una grande parabola sulla impossibilità moderna (e tardo-moderna) del desiderio, sull’incapacità di attingere non solo l’aldilà, ma anche e prima ancora l’”al-di-qua”, l’esperienza terrena: ci si sente esclusi dall’immanente, che è vissuto come trascendente o addirittura come “il” Trascendente.