Ruggero Eugeni - I creatori delle opinioni

Relatore Ruggero Eugeni, Professore Ordinario di Semiotica dei Media Direttore Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo Università Cattolica del Sacro Cuore Brescia.

La professoressa Lucia Mor introduce il prof. Ruggero Eugeni e ricorda che, nonostante l’impressione comune a tutti, di poter esprimere il nostro parere su tutto e su tutti, grazie ai nuovi media a disposizione, sembra si stia realizzando quanto il giovane studente di Legge É. De la Boétie nel XVI secolo scriveva nel suo libretto Discorso sulla servitù volontaria. Nel suo scritto lo studente prefigurava la tendenza di un fenomeno pervasivo di far assumere a tutti, senza che non se ne accorgessero, lo stesso modo di pensare. In questo modo, ella offre al Prof. Eugeni il ‘la’ per avviare la sua riflessione con PLUR1BUS.

Con la metafora di PLUR1BUS il Relatore guida a leggere il modo in cui l’opinione pubblica prende corpo, il modo in cui viene plasmata e moltiplicata dai media. Nella metafora è possibile anche intravedere una connessione tra il tema dei creatori di opinioni e il tema della comunità politica

L’opinione denota mancanza di certezza e, in quanto tale, è sempre attraversata dal timore di essere smentita, benché chi la esprime sia convinto corrisponda a verità. Di conseguenza, la tensione tra opinione e verità diventa sempre più negoziabile. Nel Novecento l’opinione pubblica incomincia a fare i conti non solo con la politica, ma anche con i media. Protagonista della riflessione su questo tema è, alla fine del Novecento, W. Lippmann, il quale sostiene che l’individuo, all’interno della società complessa, non riesce a conoscere la realtà, ma solo delle immagini di essa. Dalla condivisione di opinioni parziali si genera poi opinione pubblica. Questa non è neutra, ma è in grado di generare convinzioni mediante stereotipi. Lo si riscontra nella comunicazione politica, nella quale spesso si confonde notizia e verità. La dinamica che si riscontra è simile a quella degli influencer: i politici diventano venditori di “prodotti”, che sono le scelte politiche. L’opinione pubblica diventa così una merce.

Nel 2007 assistiamo a un capovolgimento con l’avvento della Cambridge Analytica, un’agenzia britannica specializzata in analisi dei dati e consulenza politica, quindi in grado anche di influenzare scelte politiche mediante nuove tecniche di sondaggio estremamente efficaci. Da qui si genera la costruzione di mondi privati o artificiali che porta all’inespressività: l’opinione pubblica non è più il convergere di opinioni personali, bensì merce comprata inconsapevolmente dalla maggioranza delle persone. Queste si uniscono in communities omogenee, però labili, nelle quali prevalgono i likes, con la conseguenza che la società si frantuma. Infatti, mentre questa è il luogo delle regole, la community è il luogo di vita spontanea in cui il soggetto si sente a casa.

A fronte di questa deriva merita attenzione il pensiero del filosofo Roberto Esposito, che recupera l’origine etimologica del termine comunità, che deriva dal terrmine munus, inteso non come dono, bensì come compito. Quindi quello che si ha in comune non è un dono, bensì un compito, l’immune. In effetti, prima dell’individuo c’è il ‘divi-duo’ il divi-duale. Coerentemente, occorre scoprire il tema della dividualità più che quello della individualità. Il dividuum si rende conto che è molto più libero di intrecciare relazioni e diventa così con-dividuo. L’idea di dividuo porta a ripensare la comunità come intreccio che sappia fare spazio a tutte le forme di differenza e di alterità. In questa visione l’opinione pubblica non è più merce, bensì frutto della condivisione che crea comunità, nella quale la singola persona si sente protagonista, insieme con le altre, nella costruzione anche della società politica.

Mercoledì, 04 Marzo 2026 | Emilia Maestri