Silvano Petrosino - L’arte, riflesso o creatrice della realtà?
Relatore Silvano Petrosino, Professore Ordinario di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo Università Cattolica del Sacro Cuore Milano.
L’arte non esprime l’interiorità dell’artista, ma rivela il “volto” delle cose, ciò che sfugge al possesso. Diversamente dalle cose che si offrono all’uso, l’altro resiste alla presa. Come nel roveto ardente, l’arte mostra che “c’è dell’altro”: un’apparizione che invita a vedere, non a possedere, svelando la verità profonda del reale.
Il tema dell’arte e quello della religione sono frequentemente il trionfo del luogo comune, mentre richiederebbero riflessione, l’unica via mediante la quale si forma il pensiero. Uno dei luoghi comuni sull’arte è che essa manifesta l’interiorità dell’artista. In realtà l’arte è uno dei molti modi di stare in relazione con la realtà. Ma qui si impone il bisogno di chiarire il valore del termine “relazione”, oggi molto inflazionato. Tutto, infatti, è relazione, ma, il passaggio interessante dalla relazione delle cose fra di loro, e il vivente, è che questo si esalta nell’interesse. Tra i viventi la relazione è anzitutto appropriazione o possesso. Per semplificare, il gatto si apre al topo non per il topo, ma per se stesso. L’io umano identifica l’altro per ciò che gli ritorna. L’appetito dell’io si esprime non solo nel momento in cui possiede l’altro, ma nel momento in cui lo identifica. A conferma di questo troviamo le parole di Gesù che dichiara adulterio anche lo sguardo posto sull’altra persona per desiderare di possederla (cfr. Mt 5,28). Nel rapporto con l’altro, l’uomo percepisce ciò che gli può ritornare come ‘inevitabile’. Per uscire da questa impasse Lévinas introduce la categoria del «volto» dell’altro, che è la manifestazione di ciò che non si può possedere. Il «volto» è la modalità irriducibile, con cui l’essere può presentarsi nella sua identità.
Le cose non hanno identità, si offrono alla presa, sono esseri senza volto. Dice ancora Lévinas: «Forse l’arte cerca di dare un volto alle cose, ed è in questo che risiede la sua grandezza e, nello stesso tempo, la sua menzogna. Forse l’artista è colui che riesce a riconoscere il “volto” delle cose attestando così che la verità che neppure le cose sono esseri nelle mani di un soggetto che si suppone padrone».
Noi non ci interroghiamo sull’identità delle cose; semplicemente le usiamo perché le cose si offrono alla presa, mentre il volto dell’altro uomo sfugge alla presa, e non può essere posseduto. L’artista riesce a riconoscere l’identità delle cose, si accorge di essere visto dal loro volto. Attraverso l’arte, ogni essere umano è richiamato a quella verità che attesta che neppure le cose sono riducibili alla identità di semplici oggetti. L’oggetto estetico è il sensibile che appare nella sua gloria, non nel mio appetito. Attraverso l’arte il sensibile non è più un segno indifferente, ma diventa fine. Non dobbiamo certamente criminalizzare l’uso, il possesso, o il piacere, ma essere così seri da riconoscere che «c’è dell’altro». La vicenda di Mosé nel deserto di Horeb mentre pascolava le pecore ci è di grande insegnamento (cfr. Es 3). Era normale che in quel deserto ci fossero roveti che bruciavano, ma non era normale che essi non si consumassero. Ma «c’è dell’altro»: e precisamente Mosé è andato a vedere e solo allora il roveto ha parlato. Mosé non ha risposto ad un appello, ma è andato e solo allora ha sentito l’appello. Questo «c’è dell’altro» è ovunque, può essere la moglie, il figlio, il collega… Ma sei tu che devi andare incontro e solo allora scoprirai il volto dell’altro. L’arte fa apparire il volto delle cose: per questo ne dice la verità più profonda.