Guido Rispoli - La verità processuale oltre ogni ragionevole dubbio

Si tratta di chiarire anzitutto che la verità processuale non è la verità storica: la prima si raggiunge mediante un percorso complesso, non sempre capito dall’opinione pubblica, mentre la prima coincide con l’accadere dei fatti. La verità che si raggiunge in sede processuale è sempre rappresentazione, racconto o ricostruzione che avviene attraverso testimonianze e prove umane, quindi limitate.

Secondo la nostra Legislazione, per addivenire ad una sentenza, la ricostruzione deve andare oltre il dubbio ragionevole. Stella polare di riferimento di chi indaga è la consapevolezza che la giustizia degli uomini è fallace. Si deve poi ricordare che la verità processuale è sempre nella logica del favor. Il magistrato nell’elaborare il suo giudizio deve avere presente il fatto accertato, ma anche le circostanze soggettive di chi ha commesso il delitto. Nella ricostruzione della verità in un processo si possono seguire due procedure di acquisizioni della prova: quella del processo inquisitorio e quella del processo accusatorio. Nel processo inquisitorio le prove sono precedentemente raccolte nella fase delle indagini, dal giudice istruttore, da testimonianze, da intercettazioni che possono essere anche inquinate. Nel processo accusatorio invece la prova si forma in Dibattimento e risulta meno suscettibile di inquinamenti e quindi più vicina alla verità storica.

Il grande protagonista di un processo è il giudice che si avvale, per la sentenza, delle ricerche condotte fino a quel momento, ma non solo, perché, mosso dal presupposto del principio di innocenza, che sempre deve stare sullo sfondo, se non convinto della colpevolezza, ha il dovere di chiedere altre prove di accertamento. La nostra Costituzione custodisce la sacralità di ogni persona, per cui si può dire che è da preferirsi che cento persone colpevoli siano libere, che una persona innocente in carcere.  La sentenza del giudice deve essere sostanziata dalle motivazioni, che sempre lasciano spazio al ragionevole dubbio del giudice stesso, a dire che rimane sempre negli umani una, seppur minima, possibilità di errore, perché la ricerca della verità è condotta sempre da umani limitati.   

Appare bene, quindi, la complessità del Diritto. La verità cui si giunge nell’iter giudiziario è sempre una verità umana. Per questo la verità processuale non coincide con la verità storica, difficilissima da raggiungere, stante il fatto  che anche le prove testimoniali non sono mai totalmente oggettive. 

Mercoledì, 14 Gennaio 2026 | Emilia Maestri