Dal 7 ottobre 2020 al 26 maggio 2021

RELIGIONI, SACRO, EMOZIONI

Ritorno del sacro?

Non si assiste oggi al ritorno del “sacro”? Ma che cosa si intende con “sacro”?

La sociologia e la fenomenologia delle religioni si sforzano per leggere la situazione odierna, ma non sembrano in grado di dire che cosa si debba/possa intendere con “sacro”. Esse considerano le “pratiche”, non la ragione delle stesse. La rinascita del sacro va colta nell’assunzione di alcune pratiche o nell’abbandono dei riti tradizionali? Secondo Giovanni Filoramo, «il sacro appare oggi disseminato negli interstizi sociali più diversi: sicché sembra difficile stanarlo, dal momento che si palesa costitutivamente intrecciato con la sfera estetica, scientifica, politica, ecc., e cioè con quel profano da cui dovrebbe essere per definizione separato»; in tal senso si dovrebbe parlare di «diaspora del sacro» (Le vie del sacro, Einaudi, Torino 1994, p. 23). Non a caso nel “sacro” si fa oggi rientrare tutto ciò che non appartiene alla vita ordinaria, fino a includere spettacoli sportivi e ogni forma di ritualità che nessuno in tempi passati avrebbe collegato con esso.

Nella tradizione, la religione e il sacro sono strettamente connessi: il sacro sta all’origine della religione ed è “mediato” da essa, e questo non attraverso percorsi “razionali” – soprattutto se intesi nel senso della ragione strumentale – bensì attraverso le emozioni. Si tratta quindi di cogliere in forma critica il rapporto tra religione, sacro ed emozioni.

Il punto di partenza è la fine della secolarizzazione: questa categoria interpretativa del mondo attuale, divenuta dominante nei decenni ‘60-’80 del secolo scorso, risulta inadeguata: essa, come fine della religione, non sarebbe mai esistita o almeno non si sarebbe attuata secondo le previsioni. Ora si preferisce parlare di dislocazione della ricerca religiosa: l’esperienza del “sacro” si sarebbe spostata dai luoghi abituali (le chiese o le religioni tradizionali, che peraltro non sono mai stati luoghi esclusivi) a nuove agenzie.

L’inadeguatezza della categoria “secolarizzazione” appare da tre rilevazioni: a) il bisogno di un rapporto meno illuministico (razionale-dottrinale) con il sacro, e quindi più rispettoso della sua dimensione misterica, che coincide con la sua indisponibilità; b) il rifiuto di ogni organizzazione troppo rigida che si impone oltre la scelta libera delle persone e nega l’immediatezza e la spontaneità del rapporto; c) la ricerca di esperienze del sacro.

Al fondo di tale spostamento ci sarebbe un disagio di carattere sociale: l’esperienza di un mondo minacciato e “amministrato” (Max Horkheimer), al quale si cerca di sfuggire per una vita diversa in libertà e in pienezza. La configurazione di questa è duplice: a) è olistica; b) è terrena. Per raggiungerla si è disposti ad accettare percorsi che portino a “sentirsi bene”. Si parla di “religioni del sé”: il “sacro”, pur incutendo timore, perché è altro rispetto alla vita ordinaria, se è salvante, deve mettere in moto le potenzialità umane e cosmiche, ricostituite in armonia tra di loro (maschile-femminile; corpo-spirito; individuo-cosmo).

Le tecniche diventano i “nuovi riti” trasmessi da chi ha già compiuto il percorso e promette l’esito positivo grazie alla sua autorevolezza, fondata in genere su rivelazioni-illuminazioni.

Quale figura di “sacro”?

Si possono individuare due aspetti:

  1. Insignificanza del problema della verità: dominante nella tradizione occidentale, la verità nelle “religioni del sé” non costituisce più un problema. Ciò che conta è l’esperienza di un risultato gratificante. Si identifica l’oggetto vero o sensato con quello gratificante prescindendo - almeno metodologicamente - dalla visione della persona umana, implicata in quel che si cerca o si sperimenta.
  2. Trascendimento senza trascendenza: la meta verso la quale ci si muove non è altro che il proprio sé riuscito, una nuova condizione prefigurata a partire dal bisogno che si prova. Tra le ragioni di questa visione si afferma il limite del pensiero umano, che sarebbe incapace di attingere la trascendenza se non, al massimo, attraverso qualche presentimento.

Rinascita del “sacro” o rivalutazione della dimensione emotiva?

In via preliminare ci si può chiedere se la nuova ricerca del “sacro” non implichi un distacco dalla ragione dominante, uscita dalla modernità, e non segni quindi una svolta nella civiltà. È effettivamente un ritorno del sacro o non, piuttosto, la rivalutazione della dimensione emozionale? Non si può intravvedere una critica a quella civiltà nella quale la religione, insieme con la ragione, ha cercato di “controllare” le forze dirompenti della “natura”, che peraltro anche scienza e tecnica avrebbero cercato di dominare riducendole a leggi e a processi calcolati secondo uno sforzo paragonabile a quello del mitico Sisifo? Non è insignificante la nostalgia con cui si guarda a quell’Oriente scientificamente e tecnologicamente meno sviluppato.

È però possibile un ritorno al “sacro” prescindendo dalla storia della civiltà? I nuovi maestri, pur facendo leva sulle nostalgie prescientifiche, non finiscono per appellarsi alla scienza nel tentativo di accreditarsi? Il sacro sembra ora contrapporsi alla religione tradizionale e alla ragione, ma non dovrebbe indurre a cancellare per protesta o per stanchezza quanto la storia e la tradizione ci hanno consegnato.

DESTINATARI

Il ciclo di incontri, gratuito ad accesso libero, è rivolto a tutte le persone interessate, accreditato ECM per l’area sanitaria.

Ai docenti verrà rilasciato un attestato di partecipazione valido ai fini consentiti dalla legge.


LE CONFERENZE


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