Sviluppo tecnologico e futuro dell’umano

Tavola rotonda conclusiva sullo “sviluppo tecnologico e futuro dell’umano” con Arnaldo Benini (neurobiologo), Emanuele Severino (filosofo), Giacomo Canobbio (teologo).

Arnaldo Benini
Sviluppo tecnologico e futuro dell’umano: il mistero del male

Il futuro dell’uomo non sarà determinato dalla tecnica, ma dalla sua natura, più precisamente, dal suo cervello. In esso si può riscontrare una dialettica fra i lobi frontali, centri della riflessione, e il sistema limbico, sede delle emozioni. I primi nel corso dell’evoluzione si sono grandemente ampliati e sviluppati, ma non hanno eliminato il male. Anzi nessun animale ha esercitato la crudeltà come l’uomo. Solo lui ha inventato la crocifissione per procurare alle vittime atroci sofferenze e agli spettatori il godimento. La ragione non ha debellato il male: essa usa sì la sua energia per disabilitare le passioni, ma anche per eludere le richieste morali. Le religioni si rivelano deboli, quando addirittura non finiscono per avallare il male. Zygmunt Bauman ha riproposto la questione dell’unde malum. Si tratta di una realtà insondabile, impossibile da eliminare. Con Tzvetan Todorov possiamo concludere: «La nostra sola speranza non è di eliminare il male, ma tentare di contenerlo, di dominarlo».

Bibliografia:

  • Zygmunt Bauman, Le sorgenti del male, Trento, Erikson 2013.
  • Tzvetan Todorov, Memoria del male. Tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano. Garzanti 2004.

Emanuele Severino
Sviluppo tecnologico e futuro dell’umano: volontà di potenza e verità

La scienza non si basa su verità incontrovertibili, ma su un procedere ipotetico-deduttivo: parte da ipotesi presumibili e trae conseguenze. Essa muove dall’apparire, dal manifestarsi del mondo che assume senza interrogarsi ulteriormente sul suo significato. È dunque una fede come la religione. Del resto utilizza il principio di causa che non è sperimentabile, come ha insegnato Hume. Essa non ricerca la verità, ma mira a trasformare il mondo, ad esercitare il potere. Ne deriva la tecnica, di cui i vari poteri si servono. Il rapporto però finisce per capovolgersi: la tecnica subordina a sé quei poteri, come per es. il capitale diventando potenza suprema. Essa diviene il “mistico” per eccellenza. Promette il soddisfacimento dei bisogni, la felicità. Si tratta però di una felicità ipotetica. Il suo paradiso si rivelerà un inferno. Basta agli uomini una vita migliore? Piuttosto l’ambiguità di questo sogno, connesso all’illusione di un continuo superamento dei limiti e dell’immortalità, nasconde quelle possibilità che si celano al di là della tecnica. Perché gli uomini si pongono domande? Solo in seguito alla disillusione verso la tecnica si potrà pensare alla verità, a una forma diversa delle relazioni umane.

Bibliografia:

  • Emanuele Severino, Cervello, mente, anima, Brescia, Morcelliana 2016.

Giacomo Canobbio
Sviluppo tecnologico e futuro dell’umano: originalità del suo desiderio

La tecnica ha portato a un netto miglioramento e prolungamento della vita umana suscitando attese sempre più ardue, come quella di una vita umana prolungata indefinitamente (cfr. C. Lafontaine, La société postmortelle), un segno del desiderio di sconfiggere la morte. A fronte di questo desiderio, inevitabilmente frustrato dalla tecnica, ci si può chiedere se per gli esseri umani non si apra un’altra possibilità non affidabile alla tecnica. Qual è la destinazione dell’uomo? Egli si caratterizza per la capacità: 1. di porre domande di fronte al limite; 2. di vivere relazioni consapevoli con una molteplicità di termini, tra i quali sta anche la trascendenza; 3. di desiderare di vivere per sempre, benché ne sperimenti l’impossibilità.

Si tratta di un’illusione giacché l’escalade ontologique (cfr. J.M. Schaeffer, La fin de l’exception humaine)non sarebbe più possibile? Eppure il desiderio appartiene nativamente agli esseri umani. Agostino nella sua riflessione sulla ricerca della beatitudine osserva: «Se tu domandi a due uomini se vogliono diventare militari, è possibile che uno risponda sì e l’altro no; ma quando si domanda a essi se vogliono essere felici, entrambi diranno subito, senza ombra di dubbio, di sì; anzi il motivo per cui uno vuole fare il soldato e l’altro no è soltanto la felicità» (Confessioni X,21,31).

Se negli esseri umani vi è una generale ricerca di felicità, si può almeno ipotizzare la possibilità di ‘sperare’ fondatamente che i limiti da loro sperimentati siano valicati per la disposizione di Dio, che sta pure all’origine del desiderium. Questo non può essere inane perché in tal caso bisognerebbe concludere che l’esistenza umana sia destinata alla frustrazione; a meno che si ritenga che l’accento posto sul desiderio sia semplicemente un portato culturale. Bisognerebbe però chiedersi perché il cervello umano sia in grado di produrre una tale cultura e in vista di che cosa. Tutto questo non potrebbe essere indizio della ricerca di felicità, pur provvisoria, inscritta negli umani e non riducibile al soddisfacimento dei bisogni fisiologici? Diversamente non si capirebbe neppure la ricerca scientifica, che è sempre ricerca asintotica di sapere.

Su questo sembra possibile provocare il pensiero tecnico/scientifico a un dialogo: l’origine del desiderio può essere ascritta solo a dinamiche cerebrali? È interessante la posizione che prese il filosofo Ludwig Feuerbach nel 1837 a proposito di un libro che riduceva il pensiero ad atto del cervello. Egli replicava che il cervello era solo «condizione delle condizioni interne del pensiero» (F. Tomasoni, Ludwig Feuerbach. p. 185). Ammesso che il cervello svolga una funzione imprescindibile nella produzione del desiderio, come di ogni pulsione, passione, sentimento, pensiero, ci si deve domandare se il desiderio abbia la sua origine nel cervello, e sia quindi configurato da esso. Occorre precisare che si tratta del desiderium naturale, non dei singoli desideri. Da dove viene l’idea che si debba essere felici; che il mondo che impedisce la felicità non sia il mondo in cui si dovrebbe vivere?

La tradizione scolastica ha posto l’accento sulla capacità – donata – di conoscere e di amare (cfr. Summa Theologica, I, 93, 4 c), che comporta un duplice registro: quello della estensione (universalità) e quello dell’intensità. Ambedue i registri rimandano a un possibile compimento, la tensione verso il quale suppone una ‘nostalgia’ (desiderio e nostalgia si richiamano), collegata con la ‘memoria’ di un’origine altra. In tal senso appare plausibile ricorrere a un principio umano di natura altra rispetto al dato neuronale. Che lo si chiami ‘anima’, ‘spirito’, mens, non ha grande rilevanza. Riconoscere un’anima ‘spirituale’ negli umani è riconoscere che in essi, pur nella esperienza della morte, permane la destinazione non solo alla felicità, ma anche alla beatitudine. In questa prospettiva la teologia non solo ritiene di poter trovare casa nel novero dei saperi, ma di costituire anche uno spunto critico nei confronti delle forme riduzioniste che rischiano di esporre gli esseri umani a ogni possibile forma di manipolazione.

Bibliografia:

  • S. Agostino, Confessioni.
  • Céline Lafontaine, La société postmortelle, Paris, Seuil 2008.
  • Jean-Marie Schaeffer, La fin de l’exception humaine, Paris, Gallimard 2007.
  • Francesco Tomasoni, Ludwig Feuerbach. Biografia intellettuale, Brescia, Morcelliana 2011.
  • S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica.